Immagine – scrittura – parola – silenzio

On Wednesday October 23rd, I will be giving a lecture entitled “Image – Writing – Speech – Silence” at the Museo Villa Croce (a contemporary art museum) in Genoa, Italy. I am going to talk about the ways in which some of my memes play with the representation of speech through writing and of writing through images.

I wanted to include in the presentation an extract from the book. The event was co-organized by Caterina Gualco, of Unimediamodern. Since she works with artists associated with the Fluxus movement, I thought it would be appropriate to read a commentary that deals with John Cage and silence. Here it is, in an Italian translation by Giovanna Pompele (transcribed by me, so little errors may have crept in). This marks the first appearance of any part of the book in a language other than its original English. (And I have nowhere made public the English original, so this is the only way to access it.) If you do read it, let me say that the footnotes, especially to the letter quoted at the end, are vitally important. *Le note a piè di pagina sono importanti!*

anechoic


Robin: Questo rumore non lo posso sopportare. Se solo avessimo una camera anecoica, con sei pareti…

Batman: Cretino! Il suono del sangue nelle vene e il fruscio del sistema nervoso in funzione sarebbero assordanti.


Le parole usate nel meme sono una chiara allusione a una storia raccontata varie volte dal compositore John Cage riguardo una sua visita della camera anecoica di Harvard. La morale della storia per Cage sembra essere che dove c’è vita c’è musica (“sino alla fine dei miei giorni ci saranno suoni”) —  un pensiero che per Cage è motivo di gioia. Sembra che l’artista fosse affascinato da questa storia o dall’idea della camera anecoica, forse addirittura ossessionato, ma che le conclusioni che ne trabbe siano il contrario delle conclusioni di Cage. Quando era giovane l’artista scrisse un “libro” che chiamò L’incoerenza dell’incoerenza (il titolo ispirato da un’opera del filosofo islamico Averroè). Questo scritto, composto dall’artista quasi ragazzo, è un miscuglio strano. Per il momento mi limito a dire che il libro contiene un passaggio in cui l’artista ci dà la sua prospettiva dell’aneddoto di Cage:

“L’oscurità c’era, ma il silenzio no.”[1] Questa sembra una descrizione accurata dello stare in una camera aneoica con le luci spente.

“In certe circonstanze tecniche potrebbe essere auspicabile ottenere una situazione la più silenziosa possibile, ossia quell’ambiente chiamato camera anecoica, sei pareti di materiale insonorizzante allestito in modo da ottenere una camera priva di eco. Parecchi anni fa a Harvard sono stato in uno spazio del genere e ho sentito due suoni, uno acuto e uno grave, e quando li ho descritti al tecnico incaricato questi mi ha spiegato che quello acuto era il mio sistema nervoso in funzione, quello grave era la circolazione del sangue. Sino alla fine dei miei giorni ci saranno suoni.”[2]

Lettore, pensa al significato di tutto ciò. Un giorno, anche qui in città, prova ad ascolatre i suoni che ti circondano. La musica ad alto volume, il fragore del traffico, le urla della gente. Che frastuono! Che inferno! Ecco, scappa in campagna. Godi il frullio degli uccellini e il gorgoglio di un ruscello (lasciamo stare le zampogne e gli accenti volgari). Godili. Lasciali risuonare dentro una volta, due volte e poi ancora e ancora e nuovamante finché non diventano un clamore insopportabile, finché i grilli non ti chiassano nelle orecchie durante la notte e il gufo ti urla di morte.

Poi vattene dal tuo paese e dalla tua terra; alzati e vai.[3] Va’ nelle terre desolate o negli scabri deserti dove non ci sono ne’ bestie ne’ insetti. Ah, infinita solitudine: stiamocene insieme io e te in solenne silenzio. Ma, aspetta, cos’è? Cos’è che sto sentendo? Viene da là. No, adesso è qui. È lì, è là, è lì. È dappertutto. “Si, dappertutto,” grida il vento con vuota derisione: “fintantoché il pianetta girerà intorno al sole ci saranno sempre bolle di aria calda e di aria fredda. E l’aria calda rimpiazzerà sempre l’aria fredda ed io, sì, io, il vento, soffierò per sempre. E per me soffiare è urlare. D’ora in poi, per voi che avete visto i luoghi spogli della terra, ogni mio sibilo, anche se nessun altro lo sentirà, sarà come le trombe di mille elefanti, e quando alzerò il tono vi coprirete le orecchie e vi acquatterete nel terrore d’essere soprafatti.”

Via, via da qui, andiamocene! Ma dove andare? Dov’è che il vento non mi troverà? Dovrei fuggire dall’umanità dove c’è il vento, o dal vento dove c’è l’umanità? Ma un attimo! L’ingenuità umana non mi ha già fornito qualcosa con cui possa evitare sia l’uomo che il vento? Non c’è forse la camera anecoica, non ci sono le sue sei pareti di materiale unico, una stanza che più silenziosa la tecnologia non ne puo creare? La voce dell’Essere scoppia in risatte implacabili: “O uomo, porta le tue ossa mortali in una camera anecoica e sentivi il suono del sangue che circola, e sentivi il suono del sistema nervoso in funzione.”[4]

Questo scritto è strano e piuttosto convoluto (nel penultimo paragrafo c’è anche un cambiamento stridente dalla seconda alla prima persona), ma illustra con gran forza la lotta costante, quasi esistenziale, dell’artista contro il rumore.

Ma la storia dell’artista e del suo interesse in John Cage e nella camera anecoica non si ferma qui. Siamo in possesso di una lettera scritta da lui alla fine di maggio o all’inizio di giugno 1982. Qui è la parte che ci riguarda:

Mi è successa una cosa incredibile, strafighissima! Sono andato con Miranda ad alcuni degli eventi organizzati per il settantesimo di John Cage all’Almeida.[5] Nel intervallo tra due eventi siamo andati al bar di fronte per un tè. Ci siamo seduti a un tavolo grande e dopo un po’ abbiamo notato che proprio vicino a noi c’era Cage con due pirla che lo intervistavano.[6] Come sai, sono ossessionato dalla storia che Cage continua a raccontare di quando è andato nella camera anecoica. Così gli ho chiesto se era andato a quella di Londra. Mi ha detto che c’era stato fotografato ma che non era in operazione! Che peccato. Se funzionasse, c’andrei volontieri anch’io. Ci siamo messi a parlare di filosofia. Era assurdamente inamorato del memoir di Norman Malcolm su Witters.[7],[8] Solo che invece di pronunciare “memoir” alla francese, lo pronunciava “Miiimoir”, allungando la seconda lettera sia foneticamente che temporalmente. Era cosi strano. Poi, dato che Miranda e io stiamo cercando di mangiare macrobiotico e lui vuole scrivere un ricettario macrobiotico(!) ci ha dato questa ricetta[9] (la ricordo praticamente parola per parola): “Prendete una carota, una rapa, e una pastinaca. Mettetele nel forno e arrostitele. Saranno deliziose.” Ahahahah. Abbiamo provato a farla e vuoi sapere il risultato? Una carota, una rapa, e una pastinaca arrostite in forno. Niente di più, niente di meno. Spero che il suo ricettario abbia ricette più interessanti e più buone di questa.[10] Comunque era veramente simpatico ed è stato incredibile parlargli così. Mi sento come un servo della gleba scrofuloso che è stato guarito dal tocco di un re! Sarà una storia da mettere nella mia miiimoir.[11]

 

[1] [N.d.C] Questa citazione è l’inizio del “libro” dell’artista.

[2] [N.d.C] Cage, Silenzio, 2019, 41. Il passaggio continua così: “… e seguiteranno anche dopo la morte. Non c’è nulla da temere riguardo il futuro della musica.”

[3] [N.d.C] Possibilmente un riferimento a Genesi 12,1.

[4] [N.d.C] Cage, Silence, 1961, 51.

[5] [N.d.C.] “Cage a settanta” fu l’evento d’apertura dell’Almeida Festival del 1982. Consisté in una serie di concerti nella chiesa di Saint James a Londra da venerdì 28 a sabato 30 maggio (nella sua lettera Evnine dice che i concerti ebbero luogo al teatro Almeida, ma questo è incorretto).

[6] [N.d.C.] Questa reazione da parte di Evnine è, stranamente (o forse no), poco caritatevole verso due persone perfettamente innocenti che avevano senza dubbio contato di parlare con Cage e pensarono che fossero l’artista e la sua compagna ad essere “pirla”.

[7] [N.d.C.] Norman Malcolm, Ludwig Wittgenstein: A Memoir. Per lo stile di abbreviazione dimostrato da “Witters,” vedi il commentario su il meme Distinguo. Il filosofo Paul Grice racconta che J. L. Austin disse “A qualcuno piace Witters… ma io sono con Moore.” Dato che il libro di Grice fu pubblicato solo nel 1991 l’utilizzazione di questo termine colloquiale da parte dell’artista è quasi certamente una coincidenza.

[8] [N.d.C.] L’entusiasmo di Cage a quel tempo per quest’opera è comprovato da un passaggio da lui scritto a Ornella Volta, l’autrice di due opere su Satie, un anno dopo la conversazione qui riportata. “Ho finito di leggere il tuo libro (in francese; l’inglese non è arrivato); lo amo, ed è una cosa che posso dire di pochi altri libri. Questi, come il tuo, sono profondamente commoventi: il Memoir di Ludwig Wittgenstein di Normal Malcolm ed Erik Satie di Templier (non nella traduzione inglese, che trovo impossibile da leggere). Rendere materiale scritto commovente dev’essere ciò che la morte fa alla biografia.”

[9] [N.d.C.] Da un’altra lettera scritta non molto dopo la conversazione riportata: “Grazie a John e Yoko ho cambiato sia la mia dieta che quella di Merce Cunningham e abbiamo adottato una dieta macrobiotica.” Questo rende l’artista una specie di nipotino culinario di John e Yoko.

[10] [N.d.C.] Del suo futuro ricettario, Cage disse: “Invece di riguardare solo la cucina, sarà di tutto ciò che mi interessa. Però modificherò l’uso di processi aleatorici in modo che la cucina venga fuori più del resto.” (Come è possibile non amare questa seconda frase?) Il libro non fu mai scritto ma sul sito del John Cage Trust c’è una pagina con annotazioni di Cage sulla cucina macrobiotica, con alcune ricette. È sbalorditivo che in questa pagina, sotto il titolo Tuberi, ci sia il seguente: “Carote, rape, topinambur, ecc. Mettetele nel piatto di terracotta da forno e poi in forno caldo per un’ora o più con un po’, molto poco, di olio di sesamo. I tuberi possono essere coperti con porri e una mistura come quella suggerita per il pollo arrostito.” È possibile che Cage non abbia raccomandato ad Evnine l’uso del olio di sesamo; e anche possibile che gliel’abbia raccomandato, ma che l’artista abbia ignorato la raccomandazione.

[11] [N.d.C.] Malgrado il fatto che questo volume non sia esattamente un memoir di Evnine, è possibile che sia una “meme-oir,” pronunciata proprio come l’aveva pronunciata Cage. La profezia dell’artista, dunque, letteralmente per modo di dire, si è realizzata.

 

The Village Green Preservation Society

As I began work on my book A Certain Gesture: Evnine’s Batman Meme Project and Its Parerga!, I was uncertain whether to write about the memes as their creator or whether to adopt a separate persona for the editorializing, thus fracturing my voice between the memes and commentaries. My decision to write about the memes in the third person came from my gut. Despite occasional moments of frustration, engendered by the difficulty this fracture creates for saying some of the things I want to say, I have more and more felt thankful for that early decision and I have come to be able to endorse it not just with my gut but with some explicit awareness of why it is significant.

One reason it is significant has begun to emerge in my recent thought and writing about the project and was first articulated in this post. (And how appropriate it should have become conscious in the course of a different exercise in splitting, a self-interview!) The book is a protest against the totalization involved in academic work and perhaps the most basic form of totalization, so basic we would never even think to identify it at all as noteworthy most of the time, is the unity of the author’s voice. The form of my book disrupts this unity. There is no single authorial voice but… well, at least two (I won’t give away more now), the voice of the meme-maker and the voice of the editor.

Half an hour or so ago, I was listening to “The Village Green Preservation Society” by The Kinks and it made me realize another aspect of this splitting of my authorial voice. The splitting emphasizes, or accentuates, a tendency I have in general to move so smoothly between speaking in my own voice, and so meaning what I say, to various forms of parody, and so not meaning what I say, that I often cannot myself tell whether and when I am being serious. Even before I adopted a formal device for explicitly splitting my voice in my book, I have always already been splitting it implicitly.

This is why I have loved The Kinks for so long: such fluid movement between seriousness and parody is the usual modus operandi of Ray Davies. In the song in question, the singer does little more than come up with absurd names of groups that the Kinks are – the Village Green Preservation Society, the Office Block Persecution Affinity – and lists things that God should save. But while many of the expressed values are no doubt sincere, several are absurd and some are very unlikely. Who is speaking and what is going on? Do the things that we might suspect are not really valued mean that we should understand the others as parody? I think the answer is that the voice keeps changing and that, often, Ray Davies himself would not know whether he was serious or not.

I have always been intrigued by this feature of Ray Davies’s songs. (I remember I wrote something about them along these lines for a fanzine a school chum of mine produced back in 1976 or so.) It’s hard to know if I have been influenced by Ray Davies on this or whether I have just always liked him because it resonates with me. But listening to the song just now, I felt my book’s affinity with it!

Excisions: 6 (The girl is mine)

I mentioned in a couple of previous posts that I decided to excise a number of the memes that were going to be part of my book. It was sufficient for a meme to be excluded that I did not envisage being able to write anything of interest (to me) in the commentary on it. I have now set myself the goal of posting the excised memes here, in an occasional series, and trying to write something of interest (to me) about them, thus proving my decision to exclude them mistaken! Also, in this parergonal space around the book, I will write about the memes without the pretense that their maker is someone other than myself. I am curious to see how this affects the nature of my writing about the memes.

she's-mine

This was originally posted on Facebook on March 15th, 2016. The text is from the song by Michael Jackson (with the participation of Paul McCartney) “The Girl is Mine.” There are, I think, three interesting features of this meme.

First, it superimposes two contexts of conflict each of which can function independently of the other, but which together generate a pattern of  “interference waves” because their conflicts oscillate at different wavelengths. The first, of course, is the conflict in the image, an older man perpetrating physical violence on an adolescent whose guardian he is. The second is the conflict between the two rivals in the song, arguing over whose the doggone girl is. This second conflict itself is played simultaneously in two registers. Explicitly, it is presented as good-natured, friendly rivalry. (The music is cool and laid back; the two sing their rivalry in sweet harmony…) But implicitly, as we all know, such rivalries can be deadly – for both the protagonists and the objects of their possessive love. (This duality, it seems to me, is brilliantly emphasized by the use of the word “doggone,” a humorous and mild euphemism, apt for the friendly rivals, but a barely concealed transformation of the violent and explosive expression “God damn” (or “goddam”).) But neither of these two registers coincides with the conflict in the image. The friendly rivalry of the lovers is less serious than the conflict of the image; the potentially deadly rivalry more serious. There are thus three levels of conflicts reverberating, across two media (the visual and the aural) and the result is a highly-charged meme, bursting with tension. Continue reading “Excisions: 6 (The girl is mine)”